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Cercavo disperatamente
di non pensarci. Ma era impossibile. Quel rialetto che scendeva dalla
montagna dividendola in due m'aveva sempre stuzzicato. "Ma stamani
no, non è giornata, meglio rimandare". Fu in quell'attimo
che mi rigirai nel letto dall'altra parte e provai a riaddormentarmi.
Ma appena chiusi gli occhi ecco che riappariva il rialetto, la forra e
l'idea di partire per lanciare qualche artificiale. Neppure l'attimo di
concepire l'idea ed ero già in piedi, pronto alla partenza. Una
mela e l'occorrente per partire all'avventura. Il giorno prima avevo fatto
una fatica bestiale in un escursione che dal mare mi portava a 1800 metri
d'altezza; oltre l'andata bisogna calcolare anche il ritorno. Le gambe
erano scariche e mi duolevano ai primi passi fatti fuori dal letto. Neanche
mi guardai allo specchio, partii con in testa quel rialetto che scendeva
silenzioso e pulito dalla montagna. Dalla base era inacessibile, così
pensai d'arrivarci dalla frana del campo di Ceccone. Passi lenti e ben
calcolati accompagnavano i miei pensieri. In lontananza, all'albeggiare,
sentivo i primi animali che si muovevano. La volpe che di fretta ritornava
alla tana dopo chissà quali malestri aver combinato, il tasso che
si dilettava con la toilette, le cince che dall'alto degli abeti erano
già prese nella ricerca del cibo. Sentivo l'aria fresca addosso,
e le foglie degli alberi ricevere i primi raggi di sole. Il momento di
un nuovo giorno. Ed io lì, lentamente procedevo con l'intento di
lanciare il mio cucchiaino in quell'acqua fredda ed ossigenata, alla ricerca
di una ferrata, di un combattimento, di una vittoria. Mi stavo chiedendo
cosa c'incastrassi io, in quel puzzle d'elementi naturali, perchè
dovevo insidiare qualcosa e qualcuno, e soprattutto con quale diritto
facevo tutto ciò! "Che mattinata, e che scemo che sono".
Ancora sragionavo e non capivo il senso di ciò che stavo facendo.
Tutti i pensieri s'interruppero quando arrivai sul ciglio del salto del
cane. Sotto di me il pozzo era lontano una ventina di metri, ora dovevo
scendere per arrivare in pesca alla base del pozzo. E mi sembrava ancora
più assurdo non essere restato a letto. Le ginocchia si alternano
nei movimenti, la mano cerca i ciuffi d'erba da stringere bene alla base
per aiutare a scendere. Mi sento attratto dall'acqua che mi chiama sul
suo filo sottile che scende perpendicolare alla roccia. Una leggera emissione
di spruzzi d'acqua mi circondano stregandomi. "Ecco il senso di tutto,
ecco l'emozioni che si sprigionano attorno. Questa è l'acqua che
mi saluta, che mi vuole nei suoi giochi". Cosi facendo arrivo alla
base del pozzo del cane con i muscoli delle gambe che scaldati, mi dolgono
in tutte e due le gambe. "Ma che bello qui!" In alto il cielo
e di un celestino chiaro chiaro, l'acqua che dall alto della cascata sembra
arrivare dal cielo e poi quasi fermarsi sul sasso in discesa. Tutto è
al rallentatore, ed anche i miei gesti sono semplici e meccanici. Monto
la canna ed il cucchiaino del 2 della Mepps, cerco il senso dell'acqua
e velocemente lascio andare il filo. Tutto è normale e banale.
L'esca cade sulla sinistra del pozzo, a lato della cascata. Quasi sò
che devo ferrare e, tra pensarlo e realizzarlo, l'istinto mi dice che
devo farlo adesso! Il rumore meccanico della frizione che lavora è
l'unica cosa non naturale che sento. Lei è una bella Fario che
salpo a riva dopo una lotta durata poco meno di un minuto. Penso alla
sua vita trascorsa nel pozzo del cane, da quando c'è arrivata ad
ora. La guardo boccheggiare mentre in lontananza sento un picchio che
lavora alacramente contro un albero. La rilascio lentamente, e Lei lentamente
se ne ritorna a casa sua. Cerco la mela sugosa e verde che avevo preso
a casa. La lavo e l'addento con gusto, mentre i miei occhi cercano sott'acqua
qualche segno della sua presenza. Ma nulla, nessun rumore strano mi circonda.
Ritorna tutto come prima: il pozzo, l'acqua che scende lentamente, la
correntina che si genera nel pozzo e che sfila via sotto di me per altre
destinazioni. Sento il riacutizzarsi dell'acido lattico nei muscoli delle
gambe e decido di stendermi un attimo. E' un attimo che dura due ore di
sonno, al margine della riva del pozzo del cane. Mi risveglio e capisco
tutto. Ora il sole è alto in cielo, gli uccelli volano indaffarati
a metter su casa, i resti della mia mela sono già visitati da un
paio di mosce e da una lumaca. "Grazie per avermi ospitato tra i
tuoi segreti, pozzo del cane". Poi mi rialzo e chiudo la canna. La
cosa migliore è di andarsene a casa a riposare. Ritorno sui miei
passi, sulle mie gambe stanche, ritorno con i pensieri a non capire cosa
ci stia facendo io lì in quel momento. Magari potevo svegliarmi
ora dal letto ed essere bello riposato. Un piccolo sorriso sulle labbra
mi fa compagnia mentre, passo dopo passo, mi riporto a casa.
Mirto Campi.
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